Con colpevole ritardo
Questa foto non l'ho scattata io.
No, di sicuro, troppo ben costruita, la regola dei 3/4.
Però ricordo il posto, il profumo di malto.
Ricordo la strada, anche quell'altra, in centro.
Ricordo che per un po', quella città, io, l'ho odiata di meno.
Poi sono ritornato, ad odiarla come prima, anzi, di più.
Io, quello della foto, lo conoscevo bene.
Mi chiedo, però, perché non sia stato qui abbastanza per mettermi in pari.
Eravamo amici, io e lui, da anni, poi, per anni, persi l'un l'altro.
Io, a quello della foto, gli volevo bene.
Non so che motivo ci sia in tutto quello che facciamo.
Sono convinto che no, non ci sia, un motivo.
Tutto può cambiare, sempre, in ogni momento.
Pare che non ci si renda conto.
Eppoi una sera gli scrivi, lui risponde.
Vedi di uscire dall'ospedale in fretta, che qui c'è da fare.
Che non ci siamo detti tutto, non siamo ancora in pari.
Eppure, c'è qualcosa di strano.
Che non mi torna.
Appunto.
Non sei tornato tu.
(dopo tanto tempo sono riuscito a scrivere, per la prima volta, qualcosa sul mio amico Max.
ed è successo mentre mettevo a posto delle foto sul mio pc.
non ricordavo di averla.
ogni tanto ci penso, a Max, cazzo se ci penso.
faccio finta che in fin dei conti questa è la nostra permanenza e che non si possa cambiarne la lunghezza, scritta in una doppia elica, tanto per darmi una spiegazione logica.
sono un cinico, io.
è la mia difesa personale contro la crudeltà di vivere.
non ci sono terre lievi o discorsi con gli angeli no.
non c'è la ridondante pratica sociale delle commemorazioni a colpi di like, nemmeno.
so perfettamente che non ci ritroveremo mai più.
però te lo dicessero prima, almeno ti usassero la cortesia, che questa era l'ultima volta.)

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