P. & F.


Le mie nonne erano nate nei primi anni del 1900.
Una era proprio, del 1900.
Le mie nonne si chiamavano Pinin e Felicita.
Una piemontese e l'altra reatina.
Le mie nonne me le ricordo già vecchie, anche se una è morta ad una età nella quale ora certe donne pensano di rifarsi il seno: magari per la seconda volta.
Le mie nonne hanno patito la fame, almeno una di sicuro. 
La fame provocata dallo stato pontificio arrivava ancora nelle campagne reatine, in mezzo alle paludi formate dal Velino, quando Felicita era una bambina.

Una nonna, la Pinin, era stata in collegio, aveva studiato. 
L'altra no, a che serve far studiare una donna nel 1908?
Ma Felicita li aveva fregati e aveva imparato per conto suo.
Pinin aveva una mano deformata e una gamba più corta dell'altra a causa della rosolia contratta dalla sua mamma quando era incinta di lei: per questo il collegio, bisognava nasconderla.
A Felicita taglieranno una gamba ed io mi divertirò ad infilarle dei rotolini di carta nei buchi che le facevano le camole nella gamba di legno.

Ancora oggi il mio passatempo preferito è arrotolare le carte delle caramelle, fino a farle diventare quasi degli aghi, certe cose non si dimenticano.

Le mie nonne erano basse di statura, e con l'età sembrava rimpicciolissero, quasi per non dare fastidio, occupare poco spazio, sfumare nell'ombra.

Le mie nonne avevano lo stesso numero di figli, tre, solo a coppie invertite. Pinin aveva due femmine e un maschio, Felicita due maschi ed una femmina.

I nomi dei loro figli: Alfa, Domenico e Dino per Felicita; Alberto, Teresa e Graziella per Pinin.

Solo Domenico non c'è più, gli altri calpestano ogni giorno questa terra.

Pinin non era poi così affettuosa, oppure lo era a modo suo, per come lo ricordo. 

Di Felicita non so, ero troppo piccolo quando se n'è andata, penso sia stata molto buona, visto che mi faceva giocare con la sua disgrazia più grande.

Le mie nonne si saranno incontrate poche volte, almeno penso. 

Pinin ha viaggiato parecchio per l'Italia, con suo marito.
Felicita penso abbia viaggiato meno, però le sarà bastato; forse ha visitato più ospedali che alberghi, ma non credo si sia preoccupata poi tanto, viaggiare era cosa da ricchi e lei, beh, non lo era. 
Ma nelle foto sorrideva comunque, e poi con un nome come il suo...

Se ne sono andate tanto tempo fa, una nel 1965, la Felicita, e l'altra, la Pinin, nel 1972.

Perché ne scrivo?
Non so, stavo cenando e mi sono venute in mente.

Chissà che direbbero, ora, di questo mondo, del fatto che non stiamo mai fermi, zitti e abbiamo opinioni su tutto. Soprattutto che viviamo tanto, mangiamo più del necessario e ancora no, non ci va bene.

Chissà che direbbe la Pinin, monarchica convinta, della nostra democrazia andata a rotoli, e la Felicita, cresciuta in un ambiente dove le donne ubbidivano senza discutere all'uomo, che penserebbe del suo nipotino infila-camole che si fa da mangiare, fa la spesa e vive da solo.

Non c'è un secondo appello per le nostre esistenze e questi restano solo esercizi di fantasia, ognuno vive il proprio presente, pensa al futuro e fa strane spirali sul passato, che non ricorda poi nemmeno così bene.

Mi chiamo Massimo, sono la combinazione genetica dei terzogeniti di Pinin e Felicita e le ringrazio.

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