Peso
E ce l’hai fatta.
Alzai lo sguardo, di poco, mi faceva male la schiena, pesava, cazzo.
Cosa? - risposi.
Hai fatto il tuo, no?
Il mio? - non capivo
Si dai, sei arrivato in tempo, hai messo in moto la macchina.
Macchina, tutti abbiamo una macchina dentro di noi, uno stantuffo, una biella, un pistone che ci fa respirare.
E vivere.
Tu chi saresti? - chiesi.
Io? - disse – io non sono nulla, arrivo spesso troppo tardi, troppo spesso, ma, si sa, bisogna fare spazio.
Mi mossi di poco, la schiena, ancora.
Senti - risposi – o mi dici che vuoi oppure…
Oppure che? Mi dai un’alternativa? A me? - era incazzata.
Va bene, scusa, non mi permetto.
Era attraente, un misto delle donne che mi erano piaciute. Attratto da una sconosciuta.
Chi saresti tu? - dissi.
Io? - rispose – davvero?
Si tu.
Ti sono passata accanto tante volte sai? Travestita, o mischiata ad altro.
Travestita? - non sa che se mi incazzo, io...
Si dai, travestita. Per esempio: una volta ero vicinissima a te, travestita da barra di un passaggio a livello e tu con una Panda 30 sei riuscito ad evitarmi. A Momo, stavi andando dal tuo compagno di classe, Roberto Rossari. Sarà stata la fine di aprile, circa quaranta anni fa.
Come fai a ricordarti di Momo?
Io – continuò- ? Io? Io ero nella galleria Castagna sull’A1 nel 1977, ricordi? Tuo padre che schiaccia a morte il freno e grida “tenetevi forte” mentre una 128 sport e un camion arrivarono nel culo, excuse my french, della opel rekord 1900 di tuo padre Dino. Ricordi?
Altroché – dissi – mia madre che tiene bloccato mio fratello seduto davanti, quattro anni, e noi tre dietro sballottati. Poi silenzio. Pianti. Bestemmie.
Appunto, io sono sempre accanto. A te, a tutti, a quelli che odii e vorresti che andassero e a quelli che ami e vorresti qui per sempre. Ma non saranno per sempre con te e lo sai.
Mi voltai, il cuscino non aveva appoggiata nessuna testa conosciuta, solo un ombra.
Non era il gatto.
Si – riprese – sono qui, ogni giorno che ti passa vicino. Sono i freni appena revisionati dell’auto che si ferma a farti passare mentre guardi male il guidatore e attraversi la strada sulle strisce. Sono la bottiglia che non hai finito di bere, il treno che hai perso, l’ascensore appena revisionato o la persona accanto a quella che, sul marciapiede, viene spinta sotto al treno della M2 altezza Moscova.
Cazzo vai a fare a corso Como, ti chiedi, mentre ti stritola un vagone della metro.
Vero – risposi – sapessi quante volte ti ho chiesto di prendermi, solo pochi anni fa.
Non sono una fermata a richiesta e nemmeno un disco da dedicare alla ragazzina che ti piaceva. Io arrivo, nient’altro. Faccio io, non disturbarti, non arrivo al tuo richiamo.
Lo so. - continuai – lo so.
Se credi di essere arrivato in tempo, toglitelo dalla testa, non succede mai. Sono solo io, magari inciampo in un bimbo che esce da scuola o un manager con un melanoma. Mi fermo e prendo loro, tutto qui. Non crederti stocazzo, sei nulla, il nulla.
Hai ragione – dissi – è solo coincidenza.
Bravo – rispose – coincidenza, solo quello. Una catena di fortunati eventi.
Però, dai, sono stato bravo, almeno per il mal di schiena.
Te lo concedo, ne avevo tanti tra le braccia, forse era troppo pesante quello che avrebbe lasciato e ci ho ripensato.
Ripensato? Tu che ci ripensi? E dai.
Talvolta, l’ho fatto, ci gioco con voi. Un padre di famiglia non torna a casa e a Hitler un anno di più, così, per celia.
Però ieri no, eh?
Ieri no, sai sta arrivando la primavera e anche la Morte, qualche volta, si sente più viva. E lascia fare.
Ok, bene. E il mio mal di schiena?
Tientelo – rispose - dille, casomai, di buttare giù qualche chilo, adesso arriva l’estate, come dite voi? Prova costume.

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